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Dense minimal pleasures

Luisa Aschiero
luglio 1998




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Dense minimal pleasures

L’importanza della Cura e della Relazione con il proprio corpo all’interno della quotidianità si è ormai saldamente consolidata nell’immaginario collettivo e una delle espressioni più attuali è rappresentata dal mindstyle Body Balance, strettamente connesso alla sfera dell’edonismo sensoriale.
La dimensione entro cui il Dense Minimal Pleasures si è affermato è prevalentemente fisico-materiale, con radici di tipo ancestrale e risiede nell’esaltazione di alcuni sensi: il gusto e l’olfatto sono attualmente i sensi privilegiati del piacere “denso”.
Il contrappunto naturale del tema è rappresentato dalle ritualità che si sviluppano spontaneamente nel momento stesso in cui si gode di un piacere “denso e minimale”. Ridefinire lo scandire del proprio tempo di vita secondo i parametri del piacere e della gioia attraverso ritualità nuove o conosciute, può rivelarsi molto utile per introdurre l’elemento del piacere nell’esistenza: è quello che la scrittrice B. Biziou definisce il “piacere del rituale”. Se la nostra giornata, a cominciare dal momento del risveglio, è segnata da alcune tappe di una routine prefissata in maniera abbastanza rigida, è proprio nella loro diversa interpretazione la chiave che consente di trasformare, per esempio la prima colazione in un momento di piacere, per cominciare ogni giornata con calma e ottimismo. Bere la propria tazza di caffè con l’idea di utilizzare questo tempo per riflettere e rilassarsi, costituisce un esempio significativo che trova un riscontro nell’attuale riscoperta della colazione “mediterranea” in contrapposizione ad abitudini più nord-europee, quali il brunch. Il piacere della ritualità consiste, in definitiva, nella personalizzazione stessa della routine e si traduce attraverso innumerevoli sfumature interpretative, comportamentali e gestuali, tutte significative e dense di piacere perché espressioni individuali, eventualmente condivisibili anche con altri. In The Joy of Ritual, l’autrice, inoltre, fornisce molti esempi concreti di ritualità e dimostra anche come imparare ad apprezzare il rituale e a personalizzarlo.
L’attuale successo in tutto il mondo dei bagni turchi costituisce un esempio emblematico a questo proposito: la frequentazione di tutti quei luoghi dove il rituale costituisce l’elemento principale nella fruizione ha infatti subìto un notevole incremento.
Tra tutti i sensi, il gusto rappresenta il picco sensoriale più in sintonia con il tema e l’inarrestabile passione per il cioccolato che vi è inevitabilmente connessa, si è tradotta in nuove forme di fruizione. Il cioccolato è assurto a vero e proprio paradigma del piacere gustativo, dalle forme più soft a quelle più hard, in cui il cioccolato tiepido viene spalmato sul corpo. Sono innumerevoli le testimonianze che attestano l’aumento di iniziative che hanno come protagonista il cacao in tutte le sue accezioni possibili dalla Etruscan Chochotel, una catena di alberghi a tema con sede anche a Perugia in cui ogni piano è dedicato a una versione del cioccolato (fondente, al latte, gianduia...) e in cui tutto, anche i menù del ristorante, fanno riferimento al cacao al successo del testo della scrittrice J. Harris, Chocolat, in cui il cioccolato è il protagonista indiscusso della narrazione: cioccolato per evadere, per ribellarsi, per sconfiggere la quoti-dianità, da usare come chiave per aprirsi ai piaceri della vita.
L’intero mondo alimentare e la dimensione gastronomica espressa dalla ristorazione, appaiono rivoluzionati da questo fenomeno che enfatizza la ricerca del piacere individuale, minimo ma profondo, che appare in grado di “ricaricare” l’esistenza di tutti i giorni, con iniezioni di qualità vitali che assumono il ruolo di punture di spillo sulla pelle della vita quotidiana.
Sempre più registi e narratori inoltre hanno riscoperto il legame tra arte e cibo e la cucina è tornata ad essere metafora di cultura. La letteratura e il cinema in questi ultimi anni sono stati particolarmente attenti al cibo e all’arte di prepararlo. La scrittura e la cinematografia trovano attualmente in cucina una formula rigenerativa e di grande appeal: la scrittrice sudamericana I. Allende, con il clamoroso successo del libro Afrodita, ha coniugato sapientemente la gastronomia afrodisiaca con la popolarizzazione della narrazione. Se l’attenzione riservata al cibo rasenta talvolta la maniacalità, come nel caso in cui la gola si traveste di cultura e mondanità, e la cucina d’autore diventa uno status symbol da esibire e attorno alle cucine dei cuochi più famosi, come l’italiano Vissani, il francese Bocuse, il catalano Adrià oppure il newyorchese d’adozione Boulud si radunano famosi uomini politici e non, alla ricerca di piacere e di visibilità mondana, manifestazioni di più larga portata come il Salone del gusto, tenutosi a Torino per cinque giorni, alla sua seconda edizione, hanno confermato lo strepitoso successo di un pubblico più comune. La formula complessa infatti, che prevede seminari di alta cucina accanto alla possibilità di acquistare prelibatezze spesso poco conosciute di ogni parte del mondo, insieme alla possibilità di gustarli direttamente al tavolo di uno degli innumerevoli ristoranti presenti, si è rivelata vincente e
avvincente.
Questa manifesta apertura ai piaceri della gola nasconde un latente senso di colpa, subitamente risolto in una nuova indulgenza nei confronti del piacere fisico. Il recupero e la tutela della memoria, anche gastronomica, razionalizzano e riempiono di significati nuovi il piacere del cibo. Ecco che allora l’attenzione al cibo si traduce anche nel tentativo di categorizzazione secondo parametri che prevedono il recupero della tradizione in nome della qualità assoluta: le direttive europee 2081 e 2082 hanno identificato le produzioni alimentari tipiche dei vari paesi e offerto tutela giuridica contro l’imitazione attraverso tre diversi marchi. La DOP (Denominazione di Origine Protetta) è relativa ai cibi di un’area geografica ben delimitata, la IGP (Indicazione Geografica Protetta) riguarda il legame con il territorio per almeno uno stadio della produzione, la STG infine (Specialità Tradizionale Garantita) fa riferimento alla composizione dell’alimento o un suo metodo di produzione, che devono essere tradizionali.
L’importanza della sensualità nel quotidiano, come piacere “minimo” si collega all’attuale scoperta anche commerciale del senso dell’olfatto. La percezione olfattiva acquista una centralità che in passato le era stata negata: la diffusione di essenze in negozi, banche e altre attività commerciali per indurre al consumo è un dato ormai assodato e segue studi precisi. Un esempio più ricco di implicazioni personali, in cui cioè la fruizione è attiva, è quello relativo al successo negli U.S.A., in particolare a Los Angeles, degli oxygen bar: in un ambiente a metà tra il suq marocchino e una fumeria indiana per 13 dollari si può respirare, sdraiati su lettini azzurri, aria “ossigenata” infilandosi nelle narici un tubicino di plastica collegato a un narghilé di ottone. “Mangia, bevi respira e ama” è il motto dei camerieri del locale.
La diffusione del sigaro in un periodo di lotta accanita al fumo delle sigarette, è un fenomeno in apparente controtendenza: il successo è da ricercare in questo caso nella versatilità del prodotto e nella sua estrema varietà di fruizione. Se questa specie di “passione maniacale” è sbarcata dagli Stati Uniti, la patria indiscussa del sigaro, l’Europa si è rapidamente attivata: a Parigi per esempio è stato fondato un Club per sole donne fumatrici e anche in Italia sono arrivati i cigar café, dove le donne costituiscono una parte consistente della clientela.
A Milano, inoltre, è nato il Café del Tio che dispone anche di un “parcheggio” per i sigari dei clienti abituali, dotato di un umidificatore per tenerli sempre alla temperatura e al grado di umidità ideali.
Già da alcuni anni il paesaggio del marketing avanzato ha individuato questo filone commerciale definendolo Small Indulgences o Nice Vices, proponendo intere linee di nuovi prodotti - dagli yogurt ai profumi - che hanno contribuito a consolidare il fenomeno che ha ormai assunto un rilievo globale.
L’esaltazione del senso del gusto come piacere minimo all’interno della propria dimensione quotidiana trova la sua più compiuta conferma nello strepitoso successo del libro del francese P. Delerm, ormai tradotto in venti lingue, La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita, in cui si invita a cercare la saggezza nelle minuscole gioie quotidiane.
La stessa modalità fruitiva del libro, un collage di testi brevissimi che cercano di afferrare al volo sensazioni squisite e sfuggevoli, esemplifica il tipo di piacere del Dense Minimal Pleasures: molto intenso, non per un lungo periodo di tempo e possibilmente reiterabile volontariamente nell’arco della giornata.

» Dense minimal pleasures, Luisa Aschiero, luglio 1998
















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